domenica 26 agosto 2007

LA LINFA ROSSA, Intorno al significato del sangue


Il sangue, elemento essenziale della vita, ha assunto nel tempo molteplici significati di tipo simbolico o in relazione al suo effettivo utilizzo: mezzo di purificazione e di comunione con la divinità nei riti di purificazione, simbolo del sacrificio nelle pratiche religiose, apportatore di forza nelle cerimonie magiche, è stato impiegato anche come unico rimedio possibile contro le malattie incurabili.

di Marta Gianni - Istituto storico italiano per il Medioevo

Linfa prima dell'esistenza, il sangue assume, in tutte le culture, una grande importanza e molteplici significati: dalla concezione di esso quale elemento apportatore di forza (il guerriero si tinge di rosso o beve il sangue del nemico per trasfondere in sé le energie del defunto) o di vitalità rigenerativa (Odino esige il sangue dei re per far fruttificare le messi); dall'accezione restrittiva (sfociante nei tabù del sangue mestruale o nell'astensione dalle carni non dissanguate) all'energia catartica che vede nel sangue l'elemento purificatore, il tramite carismatico per l'avvio a nuove dimensioni spirituali; dalla libagione del sangue come mezzo per penetrare in dimensioni diverse (le maghe tessale che bevevano sangue prima di evocare le ombre) alle leggende transilvane di un Dracula o di una contessa Bathory (1) (il sangue come unico mezzo contro il disfacimento corporeo).

Nei testi biblici, insieme con il concetto restrittivo dell'impurità, è però anche presente l'importanza del sangue quale elemento primo della vita (2) ("anima carnis in sanguine est" = lo spirito dell'essere vivente è nel sangue: Lev. 17, 11) e come mezzo d'impiego nei sacrifici rituali, nei quali l'aspersione dell'altare mediante il sangue della vittima immolata rappresenta uno dei punti più importanti del sacrificio stesso.

Nella paolina Lettera agli Ebrei, poi, il sacrificio di Cristo, "non per il sangue di capri e vitelli ma mediante il proprio" (Hebr. 9, 12), si configura come promessa di redenzione e mezzo di salvezza. Nel cristianesimo, infine, lo spargimento del sangue - quell'effusio sanguinis che diviene semen christianorum come ogogliosamente proclamava Tertulliano nel suo Apologeticum - diviene motivo ricorrente nell'agiografia, configurazione non soltanto del martirio ma addirittura desiderio anelante ad esso, incentivo propagatore della fede, semen christianorum appunto, proliferazione delle testimonianze e tramite per l'attuazione del congiungimento con Dio.

Caravaggio, David con la testa di Golia (1606 circa - Roma, Galleria Borghese) -
Immagine tratta dal sito http://www.oigresweb.it/



Ma ancor prima della diffusione del cristianesimo e al di fuori della cultura giudaica il sangue aveva assunto, rispetto alla primitiva concezione, significati particolari. Ad esempio nel culto di Cibele (3), la Magna Mater il cui santuario, il Phrygianum, sorgeva a Roma sulle pendici del colle Vaticano, il rito fondamentale era il taurobolio; il neofita veniva coricato in una fosse e qui, attraverso un graticcio posto sull'imboccatura, riceveva su di sé la pioggia del sangue di un toro sgozzato. Questa prassi ci viene descritta da Prudenzio, poeta cristiano del IV secolo, nella sua opera Peristephánon: "La rugiada di sangue cola nella fossa attraverso le numerose fessure del legno. L'iniziato espone la testa, gli abiti e tutto il corpo, che ne vengon cosparsi, alle gocce che cadono. E s'inarca per far bagnare la faccia, le orecchie, le labbra, le narici; e si riempie di liquido gli occhi e la bocca e e bagna la lingua col sangue nero e lo beve avidamente".


(1) La figura di Dracula, consacrata alla letteratura da Bram Stoker, oltre che nel proliferare di fenomeni vampireschi - e di relativi testi sull'argomento - nel XVIII secolo, sembra avere un sicuro riferimento storico nella persona del voivoda Vlad, nobile transilvano del XV secolo che derivò forse il suo appellativo Drakul (Drago) dall'omonima onorificenza concessagli dall'imperatore Sigismondo e il soprannome d'Impalatore dai molti Turchi che egli, accanito difensore delle proprie terre, aveva in tal modo fatto suppliziare. La contessa Bathory, invece, era una nobile ungherese del XVI secolo, usa a sgozzare fanciulle e a bagnarsi nel loro sangue; processata, fu condannata a essere murata viva.

(2) I passi del Vecchio Testamento in cui si trovano disposizioni a proposito del sangue sono; Gen. 9, 4; Lev. 4, 25-26; 7, 26-27; 12, 2-5; 17, 14; Deut. 12, 16; I Sam. 14,32; nel Nuovo, oltre i molti riferimenti all'eucarestia, si vedano Act. 15, 20-29; 21, 15.

(3) Divinità originaria della Frigia, Cibele fu ufficialmente riconosciuta in Roma nel 204 a. C. ma divenne veneratissima soprattutto in epoca imperiale. L'origine arcaica del suo culto, che affondava nei più primordiali istinti umani, e taluni suoi aspetti - come, ad esempio, quello concernente la morte e la resurrezione del suo amante-figlio Attis - fecero sì che, nel corso dei secoli, la Grande Madre venisse identificata sia con altre similari divinità pagane sia con elementi dello stesso cristianesimo - Cibele = Maria, Attis = Gesù - e che il suo ricordo sopravvivesse comunque a livello popolare, sia nel persistere di antichi riti agrari, sia in certe forme di stregoneria (La Signora del Gioco che presiedeva ai raduni stregonici).

La cerimonia, che affondava le sue radici nell'antichissima tradizione del culto della Dea Madre quale rito agrario e che, quindi, aveva originariamente rivestito gli aspetti primitivi della magia simpatica - l'offerta del sangue, elemento vitale, alla Terra perché essa se ne nutra e rifiorisca -in epoca imperiale aveva assunto un significato più complesso: il neofita non si limitava a ricevere, con la doccia cruenta, una maggiore forza ma il lavacro di sangue apportava una vera e propria rinascita, non soltanto fisica ma soprattutto spirituale. Non più sacrificio propiziatorio, quindi, ma vero e proprio mistero iniziatico, mezzo di purificazione e di trasformazione del credente.

In egual modo nei misteri di Mithra (4), l'iranico dio della luce, lo sgomento del toro – elemento fondamentale di questo culto - simboleggiava la vittoria luminosa sulle oscure forze cosmiche rappresentate dall’animale, la cui morte per mano del dio avrebbe apportato all'umanità e alla natura nuovi benefici.

Se dunque in queste, ed in altre, prassi religiose è fondamentale il concetto di sangue quale elemento purificatore e quale mezzo di comunione con la divinità - così com'è anche espresso nell'eucarestia cristiana - non altrettanto, invece, accade nella sfera magica in cui il sangue, oltre a mantenere la primitiva configurazione di elemento apportatore di forza, è anche, nel suo impiego, quasi sempre connesso con la necessaria purezza dell'olocausto immolato. Se da un lato quindi, secondo l'accezione arcaica, ha forza e potere autonomi, dall'altro viene considerato e strumentalizzato solo limitatamente a particolari fini.

Il sangue d'infanti usato per taluni filtri stregonici o mischiato ai cibi del Sabba non sembra avere, di per se stesso, particolari virtù, ma viene richiesto e impiegato per poter offrire al demonio, in atto di latria, una materia prima e pura, così come negli arcaici sacrifici umani era spesso fondamentale la verginità della vittima.

La liquefazione del sangue di San Gennaro - Immagine tratta dal sito http://www.italiamiga.com.br/

Invece, il sangue impastato con l' ostia consacrata ed usato per fatture e malefici è indice di una commistione tra il magico e il blasfemo; di un implicito riconoscimento della forza dell'ostia - sangue di Dio -e di una fede nel potere autonomo del sangue-linfa dell'uomo. Così pure il sangue mestruale usato per i filtri amorosi è il ribaltamento, in accezione magica, della potenza negativa dei tabù e la reminiscenza della più antica forma di magia, quella della possibilità dell'unione delle anime mediante l' assunzione, o il contatto, di elementi corporei: il guerriero, impadronendosi della chioma o di una parte del corpo del nemico, ne assimila la forza; la fattucchiera, facendo ingurgitare il suo sangue all'amante neghittoso, ne conquista l'attenzione.

Proprio da questo confuso insieme di elementi diversi - ricordo di pratiche misteriche, suggestioni magiche, equivoche reminiscenze, diffuse dicerie - si andò sviluppando, in ambito medioevale, la credenza che voleva il sangue umano usato come panacea - mezzo estremo, ultima spes - per i mali più difficili a guarirsi. fu realtà nulla del genere è riscontrabile nei testi della medicina medioevale e la credenza si diffonde, invece, a livello di letteratura e di superstizione popolare. Per la lebbra, ad esempio, malattia per eccellenza e per secoli considerata incurabile, i testi salernitani consigliavano, insieme a parecchi altri rimedi, il sangue, sì, ma di testuggine. Troviamo invece l'uso del sangue umano nella notissima leggenda di Costantino e papa Silvestro, nella quale una gran schiera di maghi, medici, astrologi e incantatori suggerisce all'imperatore lebbroso di bagnarsi nel sangue di tremila giovinetti. fu Costantino, però, prevale la pietà e, grazie a questa e all'intervento del santo pontefice, l'imperatore è miracolosamente risanato. Ma se in questa leggenda, oltre al solito ricorso alla particolare efficacia dell'elemento puro -il sangue di bambini – il lavacro cruento sembrerebbe quasi assurgere ad una forma di rito anticristiano, ad una sorta di stravolgimento battesimale in accezione magica o misterica, ben diversi sono i contenuti e gli intendimenti di altre opere in cui pure troviamo il ricorso all'impiego del sangue umano. Nel Der arme Heinrich, celebre opera del XII secolo del poeta tedesco Hartmann von Aue, se possiamo riscontrare elementi simili a quelli della Leggenda di Costantino - il male incurabile, il suggerimento della drastica cura, il rifiuto in nome della pietà e dell'amore, la guarigione miracolosa dovuta alla provvidenzialità divina - vediamo altresì la condanna della limitata scienza umana di fronte all'onnipotenza divina; condanna espressa con un avvicinamento alle dicerie e alle credenze popolari, nelle quali il ricordo delle Scuole di Salerno e di Montpellier e la figura del medico salernitano, grottesca e assurda mentre affila sulla cote il suo coltellaccio, non solo non hanno la minacciosa incombenza della schiera dei maghi della Leggenda costantiniana ma neppure alcuna attinenza scientifica o reale e, tutt'al più, una realistica, vistosa e grandguignolesca dimensione teatrale.



(4) Dio solare, inquadrato nel sistema dualistico zoroastriano, Mithra è il campione del Bene contro le forze del Male. I suoi misteri trovarono, in epoca imperiale, larghissima diffusione soprattutto fra i soldati, Gli accoliti si riunivano in sacelli sotterranei, atti a raffigurare la grotta mitica nella quale il Dio trascina e iugula il toro.


Egualmente, a testimonianza del perdurare dell'idea del male incurabile sanato col sangue umano, in sacre rappresentazioni del XIII e del XIV secolo e, più avanti ancora, in fiabe e leggende popolari, l'impiego del sangue è sempre visto in funzione d'exploit drammatico, del tutto privo, ormai, delle antiche implicazioni. Così nel Miracle de Nostre-Dame d’Amis et d’Amille uno dei protagonisti, dietro suggerimento di san Michele, sgozza i suoi due figlioletti per aspergere col loro sangue l'amico lebbroso; salvo che, una volta ottenuta in tal modo la guarigione, i due bimbi vengono miracolosamente resuscitati per buona pace del padre e degli spettatori. Così nella Rappresentazione di un miracolo di due pellegrini il medico che consiglia, sempre per la cura della lebbra, l'uso di sangue verginale, è ormai stravolto in comico e teatralissimo archetipo di cerusico molieriano:

«Noi parlerem, padre nostro, in grammatica, E non sine causa, perché c'è da fare Per quel che mostra teorica e pratica Oportet magnum balneum preparare Sanguine puro; res valde reumatica; Virginum ergo, nota, sine quare Eum sanare si volurnus in toto: Manum pulsus non est sine moto. Fatti con Dio: el rimedio è trovato; Vergin sangue bisogna avere umano».

Ma accanto a quest'impiego a livello d'espressione fantastica, dalla quale non va disgiunto una specie d'arcano timore nei confronti dei misteri della scienza medica, sussiste anche quello usato a fini libellistici, quale strumento d'accusa calunniosa e diffamatoria, peraltro non sempre disgiunta da un qualche possibile addentellato con la realtà. È il caso, ad esempio, del Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli. In quest’opera della fine del XII secolo, tutta tesa all'esaltazione di Enrico VI, figlio del Barbarossa e futuro padre di Federico Il, l'accusa di curarsi la podagra - altro male tra quelli considerati di difficilissima cura - col sangue di giovani sgozzati viene significativamente rivolta dal poeta di parte sveva ad oppositori e nemici politici.

L'Eucaristia; il pane e il vino sono il Corpo e il Sangue di Cristo - Immagine tratta dal sito http://www.santagostino.org/

E la calunnia "politica" di tal fatta continuerà nel tempo ad essere impiegata senza risparmiare nessuno: Stefano Infessura, ad esempio, accuserà papa Innocenza VIII di farsi fare trasfusioni col sangue di bambini, morti in seguito alla troppo prolungata flebotomia.

Siamo, in questi ultimi casi, ben lontani da un'implicazione trascendente o concettuale dell'uso del sangue umano. Il fatto, perse le antiche accezioni, è divenuto soltanto elemento di ripugnanza e mezzo di offesa, strumento di generica accusa. Oppure, nella letteratura, l'impiego del sangue è un espediente drammatico, atto a movimentare la scena e a suscitare una compassionevole attenzione. Oppure, nei riti magici e nelle pratiche superstiziose, il sangue continua ad essere impiegato macchinalmente, divenuto mero oggetto di fattucchiereria e obliata la sua antica forza vitale e purificatrice. Sarebbe impossibile, ormai, cogliere appieno il senso di sacrale rinascita, di stimolante fusione con l'essenza divina, che poteva esaltare un neofita di Cibele. Non più elemento purificatore, non più mezzo di rinascita, non più forza vitale o essenza taumaturgica, non più comunione con la divinità e con la natura, il sangue, col passare del tempo, è divenuto motivo di condanna o ripetitivo impiego superstizioso o impressionante nota cromatica nello scenario delle umane vicende.

http://www.mclink.it/personal/MH0077...fa%20rossa.htm


BIBLIOGRAFIA

Per il mondo germanico: G. Dumezil, Les dieux des Germains, Paris 1959' (trad. ital.: Gli dèi dei Germani Adelphi Milano 1974). Per le religioni misteriche: F. Cumont, Les religions orientales dans le paganisme romain, Paris 1909 (diverse traduzioni italiane tra le quali quella dell'Universale Laterza, Bari 1967, in cui si può anche trovare il passo di Prudenzio). Per la stregoneria e la magia, tra i moltissimi testi: G. Bonomo, Caccia alle streghe. La credenza nelle streghe dal sec. XIII al XIX con particolare riftorimento all’Italia, Palumbo, Palermo 1959 (1971 sec. ediz) e S. Abbiati- A. Agnoletto- M.R. Lazzati, La stregoneria. Diavoli, streghe, inquisitori dal Trecento al settecento, Mondadori, Milano 1984. Per la superstizione e il folklore Il mondo Magico di E. de Martino e Storia del Folk1ore in Europa e Il mondo alla rovescia di G. Cocchiara (tutti editi da Boringheri, Milano). Per la Scuola di Salerno il miglior approccio può esser dato da P.O. Kiisteller, The School of Salerno. Its Development and Its Contribution lo the History of Learning, "Bulletin of the History of Medicine (Baltimore) " 17 (1945) 346-374 (ristampato in "Rassegna storica salernitana" 16 (1955) 1-68, tradotto da A. Cassese). Per la leggenda di Costantino si può vedere W. Levison, Konstantinsche Schenkung und Silvester- Legende, in Miscellanea F. Ehrle, "Studi e Testi" 38 (1924) 159-247. Del "Povero Enrico" di Hartmann von Aue esiste una traduzione italiana, in prosa, a cura di A. Baragiola, Strasburgo 1881. Per le sacre rappresentazioni i testi sono in L. J. N. Monmerqué- F. Michel, Theatre francaise au moyen age, Paris 1839 2da ediz., pp. 254 sgg. e in A. D' Ancona, Sacre rappresentazioni dei secoli XIV, XV e XVI; III, Firenze 1872, p. 462. Per Pietro da Eboli si vedano i saggi contenuti in Studi su Pietro da Eboli; in Studi Storici, 103- 105, Roma 1978, in particolare M. Gianni - R. Orioli, La cultura medica di Pietro da Eboli; ibid., pp. 89-117; il Carmen è edito a cura di G.B. Siragusa in Fonti per la Storia d'Italia, Roma 1906. Per Stefano Infessura si veda il Diario de1la città di Roma..., in Fonti per la Storia d'Italia, Roma 1890, a cura di O. Tommasini.

martedì 7 agosto 2007

Exit counseling



From Wikipedia, the free encyclopedia

Exit counseling, also termed strategic intervention therapy, cult intervention or thought reform consultation is an intervention designed to persuade an individual to leave a cult. It is distinguished from deprogramming by the fact that it's a voluntary procedure, that the follower is treated with respect, can leave any time, and that the decision to stay with the group or leave it is wholly up to the follower and will be accepted as it is by the exit counselor.

Generally, the person is presented with information about the group in question or other groups, including especially information which is usually not available to followers, testimonies from former members of this or other cults, along with information on the nature of mind control theory. The conviction of the exit-counselor is that once the member is aware of the logical flaws in his belief structure and his allegiance, as well as the emotional factors binding him to the cult, he will not feel comfortable remaining in the organization.






History

During the 1970s and 1980s a series of techniques called deprogramming were developed to persuade or force a person to abandon allegiance to a religious or political group. Deprogramming was mainly involuntary, the targets were not required to agree to the procedure, they were often taken by force and then held against their will. Advocates of this procedure viewed it as an antidote to illegitimate or deceptive religious conversion practices by those groups. Opponents of this procedure argued against it chiefly of the following grounds:

  • that the target of the procedure was held against his will and forced to listen

  • that the target is not allowed to make any decision — before or during the procedure — about whether to undergo it

  • that the information given about the group was almost entirely negative, and often slanted unfairly or even false

The practice itself is controversial and heavily criticized by new religious movements themselves and some sociologists in that field, both because of its basic assumptions and because of its methods, whose degree of force, stealth and/or deception used is disputed.

When deprogramming fell into disfavor in the late 1980s and early 1990s, exit counseling was born.

Procedure

Unlike deprogramming, which is usually defined as including coercive factors, exit counseling is usually seen as a voluntary agreement between a follower and an exit counseling specialist to talk about the follower's involvement with the group and it is usually done in presence of the family of the follower. The exit counseling specialist is usually hired by concerned relatives or marriage partner of the follower.

Exit counselors who abide by an ethics code, e.g. Steven Hassan, author of the book Combatting Cult Mind Control, Rick Ross, or the Thought Reform Consultants including Carol Giambalvo and Daniel Clark, confirm in accordance with their code that exit counseling is a voluntary procedure, that the follower is treated with respect, can leave any time, if he or she wishes, and that the decision to stay with the group or leave it is wholly up to the follower and will be accepted as it is by the exit counselor.

Carol Giambalvo, Daniel Clark, Steven Hassan and Rick Ross describe an exit counseling with the following steps: (Giambalvo 1992, Clark 1993, Hassan 2000, [1])

  • Prior to the exit counseling, the exit counselor has meetings with the family who want the exit counseling, where the specific concerns of the family are determined, the family is informed about the group and its teachings, the goal of the exit counseling: an informed choice of the follower to either stay in the group or leave it, the results which can be expected, as well as further supportive steps when the follower does decide to leave his group.

  • Based on this information and often further reading, the family decides whether an exit counseling is not appropriate, should be envisioned somewhere in the future, or should be undertaken. In any case, the exit counselor advises the family how to best handle the situation – e.g. gradually to improve communication with the follower. If an intervention is foreseen, the circumstances are discussed, which family members are going to take part, who is going to be the exit counseling team and who of the family is going to get the agreement of the follower regarding the intervention.

  • The intervention takes place in the presence of some family member, who introduces the exit counselor. It is crucial that the exit counselor can build up a rapport with the follower very soon – if this is not possible, the follower will simply leave. During the whole intervention the follower is approached with respect, can voice his views freely, and can decide when to take a break or when he wants to leave.

  • The exit counselor's objective is to review the information with the follower and his family, and let the information speak for itself. The content of the information involves usually the family concerns which were the reason for the exit counseling, the nature of mind control, doctrinal, ideological and organizational issues of the respective group, including especially information which is usually not available to followers like an analysis of internal group documents. Helping resources for common problems after leaving a cult are also taken up.

  • In the end, it is up to the follower to make his decision about what to do with the information received. Their choices will be respected. If the person chooses to remain with the group, the exit counselor seeks to work with him and the family out how to improve family relationships in the future. If the person chooses to leave the group, the exit counselor will talk about their next steps, support by the family and other resources and possible recovery issues.

Typically an exit counseling takes several days: Giambalvo and Hassan speak of three, Rick Ross of four days average. Hourly rates vary, according to qualification and experience of the consultant, figures given are between 75$ and 150$ per hour, fees for an intervention between 3750 to 5000 US dollar.

Clark speaks of an average of 90% of persons leaving the cult following a three day intervention, Ross of about 75%. Both stress that it is not possible to predict the issue of a specific case in advance.

Approaches in exit counseling

While all exit counselors stress non-violence, respect for the person, and autonomous informed choice of the person, there are three main approaches the field of exit counseling (Clark, 1993):

  • an information-oriented approach, which stresses the sharing of information. Proponents of this approach are e.g. Carol Giambalvo, Janja Lalich, David Clark

  • a change-oriented psychological approach, which does also share information but includes as well formal counseling. An example for this is the strategic intervention therapy of Steven Hassan.

  • a change oriented theological (evangelistic) approach. This is practiced, e.g., by Randall Watters

Legal Issues

Langone warns:

"Although many helpers are ethical and competent, we have heard reports indicating that some have exploited vulnerable families and/or may not be as competent as they claim, at least with regard to certain cases. If families fail to check out a prospective helper, they may be led to participate in an unethical and possibly illegal and ineffective intervention." [2]

Controversy over the terminology

The terms "exit counseling" and "deprogramming" are not always clearly distinguished and at times consciously used interchangeably, especially by critics of the practices who disagree with the basic assumptions. On the other hand, also some critics of the practice(s) assert that the confusion is deliberate and is exploited to conceal the unethical or illegal tactics of deprogrammers, particularly their reliance on coercive persuasion.

People who practice exit counseling (exit counselors) often distinguish between "involuntary deprogramming" and "voluntary exit counseling", pointing out that exit counseling, in contrast to deprogramming, includes neither forceful abductions, physical force or threats and is aimed at getting the cult member to make a voluntary, informed decision, though there are also people who distinguish between "involuntary deprogramming" and "voluntary deprogramming," and others who distinguish between "involuntary exit counseling" and "voluntary exit counseling".

David Clark states "the only necessary distinction between exit counseling and deprogramming is, that the latter physically confines the cultist, at least initially ..." and concludes from this that exit counselors have to establish a rapport with the person almost immediately, while this is not required in deprogramming. Also deprogramming tends to be more emotional - the person often being understandably enraged about the confinement. Moreover, the confinement factor tends to exaggerate the power of the cult on the person. (Clark 1993)

Margaret SingerMargaret Singer defines "Deprogramming [as] providing members with information about the cult and showing them how their own decision-making power had been taken away from them" (Singer 1995), a definition which is also applicable to exit counseling.

Rick Ross quotes Singer's definition and adds:

"Today, regardless of how unsafe or life-threatening a situation may be – due to legal threats and prolonged litigation cult intervention professionals have abandoned "forcible intervention". A succession of new titles and accompanying terms have likewise responded politically to the need felt by many professionals to distance themselves from the title "deprogrammer" and the term "deprogramming". Such titles as "Exit-Counselor," "Strategic Intervention Specialist," "High Demand Group Consultant," "Cult Information Specialist," "Thought Reform Consultant" and "Cult Intervention Specialist" and corresponding terminology are examples of this response." (Ross, 1999)

To avoid terminology confusion, exit counselors who are committed to voluntary interventions created an organization of Thought Reform Consultants. Its members have agreed to abide by a set of ethical standards. (Giambalvo 1996)

Critical views

Proponents of new religious movements as well as some people who value religious freedom and tolerance very highly oppose exit counseling because it tries to alter the beliefs of a person. Proponents of exit counseling counter that the issue is not the beliefs of a person, but the informed choice of the person regarding their beliefs.

Another point of critique is the fact that exit counseling presumes the group has used some sort of mind control or manipulation on the person, so that the person's informed choice regarding the group is in some way altered. In contrast, adherents of NRMs, theologians, and also some proponents of the counter-cult movement (especially those of Calvinistic tradition) deny that mind control exists or that manipulation could be a factor in choosing a religious affiliation. An argument used in this context is that "exit counseling" is merely "mind control in reverse", a case of "fighting fire with fire". So, even if some degree of coercive persuasion was used to recruit a member into an unpopular new religious movement, coercing him out of the movement would be a clear case of "two wrongs don't make a right". And further, it is argued that the success of exit counseling could depend on forcing the belief on the follower that he is "a victim of cult mind control".

Some critics see no difference between deprogramming and exit counseling or claim that exit counseling is just another name for deprogramming used after a number of legal problems with the latter, and that it includes at least emotional or intellectual coercion. This view is strengthened by some aspects of the controversy about terminology. Another contributing factor could be, that there is a lot more media coverage to be found regarding deprogramming, which does contain more elements which are "newsworthy". Also in fiction and especially in films and TV, there are many examples of getting someone out of a cult by deprogramming and virtually none using exit counseling. (Szimhart, 2004)

In Popular Culture

The film Holy Smoke! portrays an American 'exit counsellor' working with an Australian girl and her family.

References

External links


"Deprogramming, Exit Counseling, and Ethics: Clarifying the Confusion"


Cult Observer

Volume 10, No. 4 -- 1993

Michael D. Langone, Ph.D. and Paul Martin, Ph.D.

In the late 1960s and early 1970s increasing numbers of parents began to observe and report striking and frightening changes in their young-adult children. Formerly serious, high-achieving, well-adjusted students would suddenly drop out of school, shun their families and friends, and devote themselves completely to unusual groups that parents and others quickly identified as cults. In many cases, parents also worried about their children’s physical well-being because of the groups’ dietary, health, work, or sexual practices. Although evangelical parents obtained some information focused on doctrinal and historical issues from organizations such as the Christian Research Institute, parents who did not identify with evangelicalism had nowhere to turn and usually worried alone for long periods of time. Gradually, they began to find and help each other.

Occasionally, these individuals would find a mental health professional or clergyman who sincerely listened to their concerns. Parents would usually voice such observations as: "That’s not my kid"; "He talks like a robot, as though he were programmed";

"She was fine, but now she seems like a different person." Soon, these parents and professionals realized that they were observing a process akin to what was popularly known as brainwashing. But they didn't know what to do. Their children wouldn’t listen, or their responses to all questions and complaints seemed programmed. They sometimes succeeded in persuading their children to leave the groups, and the term "deprogramming" was used to describe the process of countering the cults’ "programming." Partly because of these successes, the cults’ antagonism toward parents hardened. Parents found they could no longer gain access to their children.

Seeing no other options, some parents-with the help of former cult members-began to take their adult children off the street, bring them to secure places, and detain them there until they had listened to a detailed critique of the cultic group. Frequently, these encounters lasted three days or more. But the process usually worked. Hundreds of cult members renounced their cults. In time, the term "deprogramming" came to be associated with this initially coercive process, even though originally "deprogramming" did not imply coercion. Soon, a network of deprogrammers developed, with some even earning their living as deprogrammers. Although most parents were ethically and emotionally conflicted over the deprogramming process, it seemed at the time to be their only option in a desperate situation. Hundreds of these parents felt as though deprogramming had brought their children back to life. The ex-members felt that they had been liberated from a psychological prison.

Because deprogramming had come to be associated with coercion and confinement and because it so often worked (about two-thirds of the time), it caused quite a controversy. Cults railed against it, in large part because it was effective in persuading their members to leave. But even some cult critics denounced it on legal and ethical grounds. Others additionally felt that a more sophisticated understanding of cults opened up alternatives to deprogramming. These persons-some of whom were helping professionals or clergy-believed that parents tended to let their emotions dominate their actions. They began to help parents with their distress and help them communicate more effectively, so that they would be able to persuade their children to speak with someone knowledgeable about cults. The term "voluntary deprogramming" came to associated with this process. It soon became clear, however, the adjective "voluntary" did not remove the negative connotation "deprogramming" had acquired. Gradually, the term "exit counseling" replaced "voluntary deprogramming." [Some exit counselors prefer the term "cult education consultant," but that term has not yet caught on.) Today, there are many exit counseling and few deprogramming.

Exit counseling refers to a voluntary, intensive, time-limited, contractual educational process that emphasizes the respectful sharing of information with cultists. Because some persons who perform deprogramming like to call themselves "exit counselors," the two terms are sometimes confused. A recent [Christian Research] Journal article on "exit counseling" angered many exit counselors in large part because it failed to stress the distinctions between exit counseling and deprogramming.

These distinctions, however, are important. Deprogramming entails coercion and confinement. In exit counseling the cultist is free to leave at any time. Deprogramming typically costs $10,000 or more mainly because of the expense of a security team. Exit counseling typically costs $2,000 to $4,000, including expenses, for a three-to-five day intervention, although cases requiring extensive research of little-known groups can cost much more. Deprogramming, especially when it fails, entails considerable legal and psychological risk (e.g., a permanent alienation of the cultist from his or her family). The psychological and legal risks in exit counseling are much smaller. Although deprogrammers prepare families for the process, exit counselors tend to work more closely with families and expect them to contribute more to the process; that is, exit counseling requires that families establish a reasonable and respectful level of communication with their loved one before the exit counseling proper can begin. Because they rely on coercion, which is generally viewed as unethical, deprogrammers’ critiques of the unethical practices of cults will tend to have less credibility with cultists than the critiques of exit counselors. Neither the authors, the organizations for which they work, nor the publisher of this journal endorse involuntary deprogramming.

Ethical concerns obviously are much greater with regard to deprogramming than exit counseling. Deprogramming advocates maintain that its coercive aspect is a regrettable but necessary step in freeing people from evil groups. They point out that the law has long recognized that competing rights and needs can sometimes produce situations wherein an undesirable action might be necessary to prevent something worse. This has often been called the "necessity" or "choice of evils" defense. An example would be running a red light in order to get a bleeding person to a hospital. Running the red light is a legal violation, but in such an emergency it would likely be deemed to have mitigating circumstances. Obviously, with regard to deprogramming the central question is whether the evil to be countered is terrible enough to mitigate the culpability of the coercion.

Determining the ethical defensibility of a particular deprogramming is not always simple. Generally speaking the most sensible cases will involve minor children, especially when the cult prevents parents from seeing or communicating with their child. With regard to adults in cults, a reasonable likelihood of imminent danger to the life of the cultist is probably a critical factor in ethically defending a deprogramming. Imminent danger, however, may not always be a sufficient justification of deprogramming because other interventions may be reasonable to pursue (e.g., obtaining a court order to remove the endangered person from the group).

Whether a particular judge or jury will accept the necessity defense for a deprogramming is a matter that is independent of, though related to, the ethical defensibility of the deprogramming. A parent, for example, may believe that his or her child is in imminent danger, that an exit counseling is not possible, and that there is not sufficient time to obtain a court order. The parent’s opinion may be sufficiently reasonable, based on the facts of the case, to be ethically defensible. However, a judge might reject the necessity defense because he or she believes that there had indeed been time to obtain a court order, or that it was reasonable to first attempt an exit counseling. The judgment of the legal system determines the acceptability of a necessity defense, regardless of the ethical defensibility of a particular deprogramming, although the more ethically defensible a deprogramming is the more acceptable is the necessity defense likely to be.

Historically speaking, when deprogrammings have resulted in lawsuits or criminal charges, judges and juries have in many cases decided in favor of parents and deprogrammers. In other cases courts have exonerated the parents but held the deprogrammers liable. Occasionally, both parents and deprogrammers have been held liable. Although there have been attempts to pass laws that would essentially sanction deprogrammings in advance, these attempts have failed repeatedly, in large part because many believe that such laws would create more serious problems than they would solve. Thus, the ethics and legality of deprogramming have been and continue to be evaluated on a case-by-case basis.

In order to evaluate the ethical and legal implications of intervening on behalf of a loved one, we suggest that families consider the following questions:

1. Is the family’s decision based primarily on the welfare of the cultist, rather than entirely on their own psychological needs?

2. Do they have adequate information to conclude that their loved one is indeed imperiled by a cultic group and that an intervention is warranted? Have they consulted with experts, including legal experts, if warranted? Before they implore their loved one to make an informed decision about cult affiliation, they ought to make sure they have made an informed decision about intervention.

3. Have parents contemplating an ethically defensible deprogramming carefully considered whether there are any less restrictive options with a reasonably good chance of eliminating the imminent danger? The greater the danger and the lower the probability of success of less restrictive alter-natives, the more ethically defensible will be the deprogramming.

4. In the case of deprogramming, is the family’s decision sufficiently well informed that they would be emotionally and intellectually able to defend it in court if need be? Families should remember that they may have to demonstrate that the deprogramming was necessary, not merely that the cult is harmful. Because not all jurisdictions and judges will accept the necessity defense, parents and/or deprogrammers may be charged with a crime regardless of the apparent "necessity" of the deprogramming.

5. Have they carefully checked on the competence and integrity of those who may conduct the intervention? Although many helpers are ethical and competent, we have heard reports indicating that some have exploited vulnerable families and/or may not be as competent as they claim, at least with regard to certain cases. If families fail to investigate a prospective helper, they may be led to participate in an unethical and possibly illegal and ineffective intervention.

Ethical helpers will not rush families to a decision (whether for deprogramming or exit counseling) merely because it meets the financial or emotional needs of the helper. Most deprogrammers and exit counselors work hard to help cult members make informed decisions about their group affiliations. Some, unfortunately, do not pay as much attention to their ethical obligation to make sure that the families with whom they work have made truly informed decisions. If they did, there would, in our opinion, be even fewer deprogrammings than currently occur.

Dr. Langone is executive director of the American Family Foundation [publisher of The Cult Observer].

Dr. Martin is director of the Wellspring Retreat and Resource Center [and Chairman of the American Family Foundation’s Victim Assistance Committee].

This article first appeared in the Winter 1993 issue of the Christian Research Journal, P.O. Box 500, San Juan Capistrano, CA 92693. Reprinted with permission.


giovedì 2 agosto 2007

Déjà vu: un mistero psicologico

Dejavu_1 Mi è capitato di recente che mi chiedessero "che cos'è il déjà vu?" e lì, su due piedi, al tavolino di un bar, non è stato facile dare una risposta.
Perchè il déjà vu ha questo di strano: è un'esperienza molto comune e allo stesso tempo non se ne sa quasi nulla.
Per coloro che non l'hanno mai provato spieghiamo che per "déjà vu" si intende: la sensazione soggettiva che una situazione sia stata già percepita precedentemente, associata alla consapevolezza che non può essere accaduto.
Alla fine del diciannovesimo secolo gli psicologi produssero qualche spiegazione di questo strano e misterioso fenomeno, ma poichè si presentava troppo raro e troppo effimero da catturare in laboratorio e siccome non produceva alcun comportamento esterno misurabile, la psicologia lo archiviò presto in un cassetto con su scritto “interessante, ma inspiegabile”.
Nel corso degli ultimi venti anni, forte dei progressi nel campo delle neuroscienze, qualche ardito studioso ha riaperto il cassetto e ha cercato di tirar fuori una spiegazione convincente che si armonizzasse con le conoscenze acquisite sul funzionamento del cervello.
Il prof. Alan S. Brown, psicologo alla Southern Methodist University ha scritto un libro nel 2003 dal titolo "The Déjà Vu Experience: Essays in Cognitive Psychology" (Psychology Press) in cui fa il punto sulla situazione della ricerca.
In questa review Brown stima che il 60% della popolazione generale abbia avuto almeno una esperienza di déjà vu, in maggiore frequenza sotto stress (Neppe, 1983); la durata tipica di un episodio non supera una manciata di secondi.

Secondo Brown le teorie attuali sul déjà vu possono essere classificate in quattro sottogruppi:
1) Spiegazioni puramente neurologiche: il déjà vu sarebbe il risultato di una breve disfunzione/interruzione del sistema nervoso, simile a quelle causate dall’epilessia.
Questa idea trova supporto nella constatazione che i soggetti epilettici riferiscono spesso episodi di déjà vu proprio prima di un attacco. I ricercatori hanno inoltre scoperto che il déjà vu può essere attivamente indotto stimolando elettricamente certe regioni del cervello.
Nel 2002 il medico austriaco Josef Spatt ha
suggerito che il déjà vu possa esser causato da un breve e inappropriato attivarsi della corteccia paraippocampale che è notoriamente associata con la capacità di rilevare la familiarità. In altri termini mentre si sta osservando una scena nel presente si attiverebbe erroneamente questa porzione del cervello che le attribuirebbe "per sbaglio" le caratteristiche che normalmente accompagnano un ricordo consapevole.

2)La teoria del processamento duale. Nel 1990 Pierre Gloor condusse alcuni esperimenti che suggerirono la possibilità che la memoria coinvolgesse due distinti sistemi neurali uno per il recupero del ricordo e un altro per la "sensazione di familiarità". Secondo il neuroscienziato il déjà vu si verificherebbe nei rari momenti in cui il nostro sistema per la familiarità è attivato e quello del recupero mnestico no.

3)La teoria attenzionale suggerisce che il déjà vu sia il frutto di una “doppia percezione”. L'informazione in entrata sarebbe processata pre-attentivamente cioè in maniera non cosciente, subliminale se preferite. A questo punto si verificherebbe una sorta di piccolo black out e immediatamente dopo l’informazione verrebbe riprocessata in maniera attenzionale cioè consapevole.
La sensazione di familiarità sarebbe dovuta semplicemente al fatto che quella porzione di mondo, pur non accorgendomene minimamente, “l’ho già vista” un attimo prima.

4)Le teorie mnestiche. Queste teorie ( che sono le più romantiche se vogliamo) propongono che il déjà vu sia scatenato da qualcosa che abbiamo davvero visto o immaginato prima, sia nella vita cosciente che nella letteratura, in un film o in un sogno. Sostengono che un singolo elemento familiare appartenente a un altro contesto sia sufficiente a scatenare una esperienza di déjà vu. Ad esempio se mi succede a casa del mio nuovo vicino è probabile che quel divano color ocra che ha in salotto sia identico nel colore e nell’aspetto a un divano della casa di campagna di mia nonna, ma io non posso riconoscerlo in questo nuovo contesto.
Si tratterebbe insomma di un errore di memoria: il ripescaggio di un elemento senza che sia accessibile il contesto complessivo. E' un po’ quello che capita quando siamo sicuri di riconoscere una persona e non riusciamo a ricordare assolutamente chi sia e dove l’abbiamo vista prima.

Ma il bello (o il brutto a seconda dei punti di vista) deve ancora venire: esistono persone che soffrono di dejavecu cronico, lo sperimentano continuamente lungo il corso della giornata e sono continuamente persuasi di aver già vissuto mentre vivono!
E’ apparso due giorni fa un articolo (scaricabile pdf) su questo incredibile disturbo mai studiato prima d’ora, pubblicato sulla rivista Neuropsychologia a firma di Chris Moulin e colleghi dell’Institute of Psychological Sciences dell’Università di Leeds.
Il dott. Moulin ha raccontato le amare bizzarrie che sperimentano i suoi pazienti e la necessità di incentivare lo studio di questo fenomeno, vero e proprio rompicapo del cervello.

Moulin CJA, Conway MA, Thompson RG et al. Disordered memory awareness: recollective confabulation in two cases of persistent d´ej`a vecu. Neuropsychologia 2006;

Fonti: The Chronicle
Ufficio Stampa Università di Leeds
Il dott. Moulin ha un blog !

Tratto da Psicocafé

I brutti ricordi si cancellano con l'esercizio


img99.jpgUn nuovo studio, condotto all’Università del Colorado, dimostra che il cervello è capace di sopprimere ricordi emotivi disturbanti esercitando un controllo attivo. Gli individui possono cioè essere addestrati, attraverso esercizi ripetuti, ad eliminare con il proprio pensiero cosciente e intenzionale ricordi specifici.
Lo studio è stato realizzato in due fasi. Nella prima fase, di addestramento, ai soggetti è stato chiesto di memorizzare 40 coppie di immagini, ognuna costituita da un volto umano (neutro) e da un’ immagine ad alto impatto emotivo negativo, come la rappresentazione di un incidente d’auto, di un soldato ferito, di una violenta scena criminosa o di una sedia elettrica.
Dopo aver memorizzato ognuna delle coppie, i soggetti sono stati sottoposti a risonanza magnetica, gli sono state riproposte le immagini neutre dei volti umani ed è stato loro chiesto di ricordare (o di non ricordare) l’immagine disturbante a cui il volto era associato.

I risultati di imaging hanno indicato che la coordinazione per la soppressione attiva del ricordo avviene in specifiche regioni della corteccia prefrontale, quella che i neuroscienziati considerano il centro del controllo cognitivo.
Queste regioni lavorano di concerto per inibire l’attività di regioni cerebrali posteriori come la corteccia visiva, l’ippocampo e l’amigdala, responsabili della codifica e della memorizzazione nonchè della “coloritura” emotiva del ricordo.
Le persone sarebbero dunque capaci, se opportunamente addestrate a farlo, di esercitare qualche controllo sui propri ricordi negativi attraverso la porzione più sofisticata e più evolutivamente recente del proprio cervello: la corteccia prefrontale.
Non è chiaro se questi risultati possano estendersi anche a memorie estremamente traumatiche, la cui intensità emotiva potrebbe essere troppo forte perchè si riesca a sopprimerle, a meno di impegnarsi in migliaia di esercizi.
Ad ogni modo la comprensione dei meccanismi neurali alla base della rimozione attiva dei ricordi dolorosi potrà avere delle ricadute importanti per gli psicoterapeuti nella ricerca di nuove strategie per aiutare le persone con problemi emotivi quali: il disturbo post traumatico da stress, le fobie, la depressione, l’ansia, il disturbo ossessivo compulsivo e così via. Lo studio è stato pubblicato su Science.

Fonte |
Colorado University

Tratto da Psicocafé

Sinestesia: vedere il mondo in technicolor

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 01:00 in Psicologia clinica

Sinestesia_1La musica della chitarra non solletica tanto la fantasia di Carol Crane, le accarezza dolcemente le caviglie. Quando ascolta i violini, li “sente” sulla faccia. Le trombe invece le pizzicano la parte posteriore del collo. Carol Crane non è una poetessa e queste non sono metafore, sono il suo modo “normale” di percepire il mondo.
Oltre a sentire i suoni degli strumenti musicali sul suo corpo, la Crane vede le lettere ed i numeri in tonalità brillanti.

Sean Day, un professore di linguistica all'Università di Taiwan, assapora il cibo in technicolor: "il sapore della carne, come una bistecca, produce un azzurro ricco," dice "il sorbetto del mango mi appare come una parete di verde lime con delle strisce ondulate sottili di colore rosso ciliegia. Cotto a vapore il calamaro mi produce una grande sfera di gomma piuma arancione luminosa, circa quattro piedi di fronte a me."

La Crane e Day sembrano forse un po’ matti, ma non lo sono per nulla: sperimentano soltanto quella straordinaria condizione sensoriale denominata sinestesia.

Il fenomeno -- il cui nome deriva dal greco, e significa "percepire insieme" – si esplica in molte modalità. Alcuni sinestetici vedono odori, sapori o dolori colorati, altri assaporano le immagini, percepiscono a colori le cifre, le lettere e le parole scritte, altri ancora possiedono quello che i ricercatori chiamano "sinestesia concettuale," vedono i concetti astratti, quali le unità di tempo o le funzioni matematiche, come figure proiettate internamente o nello spazio intorno a loro.

Per i neuroscienziati si tratta di un vero rompicapo. Il fenomeno è biologico, automatico e apparentemente non appreso, distinto sia dalle allucinazioni che dalla metafora, presenta caratteristiche di familiarità ed è più comune fra le donne che fra gli uomini.

L’incidenza è di circa 1 individuo su 2.000 anche se alcuni esperti ritengono che una persona su 300 presenti una variante meno eclatante. Ainbowwash
La forma più comune è quella dell’ascolto colorato: suoni, musica o voci visti come colori. La maggior parte dei sinestetici riferisce di vedere i suoni internamente, "nell'occhio della mente." Soltanto una minoranza, come Sean Day, percepisce i colori come se fossero proiettati fuori del corpo, solitamente entro una distanza pari all'estensione del braccio.
Alcuni sinestetici lamentano uno spiacevole sovraccarico sensoriale, solitamente però la condizione non costituisce un problema, la maggior parte dei pazienti la considera una parte della propria identità.

Ma a cosa può essere dovuta? C'entrano qualcosa le famose "aure"?

All'inizio degli anni 80, il neurologo Richard E. Cytowic, pubblicò parecchi casi clinici e il suo libro "L'Uomo che assaggiava le figure" del 1993 riportò l’attenzione scientifica su un fenomeno psichico incredibile e trascurato.
Fogliecolorate Nel 1987 una squadra condotta da Baron-Cohen ha fornito la prova che le esperienze dei sinestetici sono costanti nel tempo. I ricercatori hanno chiesto a un soggetto di descrivere il colore che veniva innescato per ciascuna di 100 parole. L’anno dopo, ripetendo la prova senza averlo preventivamente avvertito, hanno riscontrato che le associazioni fra le parole ed i colori restavano le stesse dell’anno prima, mentre un individuo non sinestetico già dopo due settimane dimentica completamente delle associazioni colore-parola apprese sperimentalmente.
Baron-Cohen ha inoltre constatato che, scansionando il cervello di questi soggetti con “ascolto colorato” alla PET e alla risonanza magnetica, aumentava l’attivazione delle aree cerebrali deputate alla visione quando i soggetti erano esposti a determinati suoni.
Nel 2000, i ricercatori Mike Dixon, Daniel Smilek, Cera Cudahy e Philip Merikle, dell’Università di Waterloo, hanno dimostrato che (pdf), per un sinestetico, l’ esperienza del colore connessa con le cifre potrebbe essere indotta anche se le cifre non fossero mai presentate. Chiedendo a un paziente di risolvere la somma "5 + 2." il paziente ha attivato il concetto di 7, e ha percepito il colore connesso con 7. L’ esperienza del colore è stata quindi associata al concetto, al significato della cifra, e non alla forma effettivamente percepita di un 7 (barretta superiore+stanghetta diagonale).

Come il cervello faccia una cosa simile nessuno lo sa.

Baron-Cohen ed i suoi colleghi avanzano l’ipotesi che la sinestesia derivi da una sovrabbondanza genetica dei collegamenti neurali. Di norma funzioni sensoriali differenti sono gestite da moduli cerebrali separati con scarsa comunicazione fra loro. Nei sinestetici l’architettura del cervello sarebbe tale per cui la modularità dei sistemi si interromperebbe per dar origine a una sorta di groviglio neurale.
Daphne Maurer, psicologo all'università di McMaster, ha ipotizzato che tutti gli esseri umani in realtà nascano con i collegamenti neurali che permettono la sinestesia, ma che la maggior parte di noi perda questi collegamenti nel corso dello sviluppo.

Lo psicologo Peter Grossenbacher, dell'Università di Naropa, ipotizza invece un meccanismo differente:la causa non andrebbe rintracciata nell’anomala architettura neurale, quanto piuttosto in una mancata inibizione del segnale di ritorno.

Di norma l’informazione viene percepita dai sensi e procede verso le aree multisensoriali superiori del cervello dove viene processata. E’ un segnale di andata, diciamo, dalla periferia al centro.

Dopo di che il segnale ritorna alle appropriate aree senso-specifiche.Auragirl2

Secondo Grossenbacher nei sinestetici il segnale di ritorno non si dirige alle aree senso-specifiche appropriate, ma si “spalma” anche su aree non appropriate. Questa ipotesi giustificherebbe anche il fatto che le droghe allucinogene possono temporaneamente indurre sinestesia: è infatti molto più plausibile che il processo sia neurochimicamente alterato in qualche punto per poche ore dall’assunzione della sostanza e non che in quelle poche ore si siano potuti produrre nuovi collegamenti neurali!


E veniamo all'aura. Come qualcuno di voi saprà esistono delle persone che affermano di vedere le cosiddette aure energetiche, delle sfumature di colore attorno ai volti o ai corpi altrui.
In uno studio dell’University College di Londra è stato riportato il caso di una donna sinestetica che percepisce colori (come il viola o il blu) in risposta a persone che conosce o a parole che evocano emozioni. Le parole innescano un colore che si diffonde su tutto il suo campo visivo, mentre le persone le appaiono circondate da un “aura” colorata. Per esempio, “James” suscita il colore rosa, “Thomas” il nero e “Hannah” il blu. Invece le parole associate a emozioni positive tendono a produrre colori come rosa, arancio, giallo e verde, mentre quelle associate a emozioni negative innescano invece il marrone, il grigio e il nero.
Non sarà che le aure osservate (in buona fede) altro non sono che le “emozioni colorate” dell’osservatore?

Per approfondire | V.S. Ramachandran and E.M. Hubbard

mercoledì 1 agosto 2007

Il disturbo post-traumatico da stress dopo una violenza sessuale.




Lo stupro e gli abusi sessuali in genere, a qualunque età vengano vissuti, possono determinare una situazione post-traumatica nella quale il soggetto oscilla tra due posizioni:
· intrusione del trauma della violenza sessuale nei pensieri del soggetto, per cui l’evento è continuamente rivissuto
· bisogno di far sparire il ricordo della violenza sessuale dalla coscienza negandola, cercando di minimizzare, di non pensare

Il DSM IV, manuale psichiatrico descrittivo delle varie patologie, individua lo stupro e le violenze sessuali alla pari dell’essere esposti alla guerra e alle catastrofi naturali, alla base del disturbo post-traumatico da stress, poiché la violenza sessuale solitamente viene vissuta come evento che minaccia la vita o l’integrità fisica.
Secondo il DSM IV i sintomi caratteristici derivati dall’esposizione a un trauma includono:

* il tentativo di evitare in modo persistente gli stimoli associati al trauma. La persona si sforza volontariamente di evitare pensieri, sentimenti o conversazioni che riguardano lo stupro e le violenze sessuali, e così pure persone, situazioni, attività che possono esservi associate. Questo può portare ad amnesie, ad incapacità di ricordare fatti importanti legati al momento in cui si è subita la violenza sessuale.

* sintomi persistenti di ansia, di aumento dell’eccitazione non presenti prima del trauma. Questi possono portare ad insonnia, difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, incubi. Possono essere presenti: ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, irritabilità o scoppi di ira o difficoltà a concentrarsi sui compiti.

* riduzione della reattività e dell’interesse verso il mondo esterno: ” paralisi psichica” o “anestesia emozionale” che può portare ad una marcata riduzione dell’interesse o della partecipazione ad attività precedentemente piacevoli, o della riduzione della capacità di provare emozioni o interesse o amore nei confronti delle persone. La persona può provare incapacità a fare progetti, un senso di diminuizione delle prospettive future (non aspettarsi di sposarsi, avere figli, una carriera, una normale durata di vita).

La violenza sessuale, come qualunque altro avvenimento traumatico, sopraffà il normale sistema che il soggetto utilizza per fronteggiare gli eventi spiacevoli e per integrarli, attribuendo loro un significato.
Per capire le reazioni che avvengono a seguito di uno stupro è necessario partire dal sintomo dell’aumentata eccitazione: questa è l’espressione patologica di una risposta fisiologica al pericolo. Infatti ognuno di noi, posto di fronte al pericolo, prova reazioni fisiologiche naturali di eccitazione, concentrazione e reazioni psichiche quali la paura e la rabbia, che servono ad attivare una risposta adeguata: la resistenza efficace o la fuga. Quando la resistenza e la fuga non sono possibili, si instaura il trauma, che porta ad un sovraccarico di risposta emotiva e ad una disorganizzazione del normale stato di coscienza.
Ogni soggetto reagisce in modi differenti, a seconda della particolarità dell’evento e della sua struttura di personalità. Il sistema difensivo durante uno stupro o una violenza sessuale è posto nell’impossibilità di funzionare e mette in atto un persistente evitamento, inteso come un continuo sforzo per evitare pensieri o attività associate al trauma, con la conseguenza di incapacità di ricordare, ritiro emotivo, diminuito interesse verso attività, incapacità progettuale, estraneità affettiva.
Quando una persona si trova una situazione in cui ha perso ogni potere e non è possibile alcuna resistenza, può sentirsi in uno stato di arresa. Il sistema di autodifesa è annullato. La persona privata di ogni potere per poter sfuggire alla situazione di realtà, può farlo invece alterando il suo stato di coscienza. Qualcosa di analogo é stato osservato negli animali che si “congelano” quando vengono attaccati. Paradossalmente questo stato di calma distaccata dissolve il terrore, la paura e la rabbia. Gli eventi continuano ad essere registrati dalla coscienza ma è come se venissero scissi, staccati, dai significati ordinari. Le percezioni sono intorpidite, parzialmente anestetizzate o senza particolari sensazioni. Il senso del tempo è alterato spesso con una sensazione di rallentamento delle azioni.
Durante una violenza sessuale o uno stupro la persona può avere la sensazione che ciò che accade non stia succedendo proprio a sé, come se si stesse osservando fuori dal proprio corpo o come se si trovasse all’interno di un incubo da cui sta per risvegliarsi. Queste alterazioni si sommano ad un sentimento di indifferenza, di distacco emotivo e ad una profonda passività in cui si rinuncia all’iniziativa e alla lotta.
Quando le persone traumatizzate non riescono a dissociarsi spontaneamente (cioè fare ciò che è sopra descritto), nei momenti in cui i ricordi della violenza sessuale o dello stupro ritornano in modo incontrollato, possono cercare di raggiungere effetti simili di intorpidimento con l’uso di alcol e droghe.
Le persone traumatizzate corrono un alto rischio di dipendenza da sostanze come modalità di compensazione delle difficoltà e per controllare i sintomi intrusivi e di ipervigilanza.
L'instabilità dovuta all'alternanza di stati “dissociativi” (cioè momenti in cui si perde almeno in parte il contatto con la realtà) e di sintomi intrusivi (ricordi della violenza sessuale o dello stupro), spesso accompagnati da uno stato di ansia cronica generalizzata, aumentano il senso di imprevedibilità nel soggetto e rendono più intenso il sentimento di sfiducia verso il futuro.

(Tratto da Synergia Centro Trauma)